ⓘ Strage del Duomo di San Miniato. La strage del Duomo di San Miniato fu un fatto di guerra avvenuto il 22 luglio 1944 a San Miniato, in cui cinquantacinque perso ..

                                     

ⓘ Strage del Duomo di San Miniato

La strage del Duomo di San Miniato fu un fatto di guerra avvenuto il 22 luglio 1944 a San Miniato, in cui cinquantacinque persone, radunate nel Duomo, perirono a causa di una granata sparata dal 337º Battaglione dartiglieria campale statunitense, che colpì accidentalmente la chiesa dove erano assiepati un gran numero di civili.

Fino al 2004 la responsabilità delleccidio fu erroneamente attribuita alle truppe tedesche della 3ª Divisione granatieri corazzati, allora in ritirata dalla cittadina.

                                     

1. Contesto storico-ambientale

Linverno di guerra del 1944 aveva aggiunto in Italia nuove privazioni a quelle a cui la popolazione era stata costretta nel passato. Scarsità di generi alimentari di prima necessità, mancanza di vestiario e spesso di corrente elettrica e poco carbone disponibile favorivano il contrabbando, il mercato nero e la borsa nera. Il vantaggio di un inverno mite e con poche piogge sera risolto in un fatto negativo per le continue incursioni aeree, ad ondate, sulle città. Con la primavera San Miniato, in provincia di Pisa, divenne luogo di alloggiamenti militari: in città si stanziarono dai trenta ai cento soldati della 3ª Divisione granatieri corazzati del Generalleutnant generale di divisione Walter Denkert, nella Villa Antonini aveva sede il Comando tattico della 90ª Divisione granatieri corazzati che era dislocata, come la 26ª Divisione corazzata, nelle ville di campagna adiacenti la città; tutte e tre le divisioni erano inquadrate nel XIV Corpo darmata corazzato. Gli eccidi nazisti a Civitella in Valdichiana, a Falsano, a Castello di San Pancrazio, e la formazione di piazzole per mitragliatrici nella frazione di Calenzano e in Paesante toponimo a sud-ovest di San Miniato da cui si domina la valle dellEnzi e dellEgola accumulavano timori nella popolazione.

Nella seconda metà del luglio 1944, la Quinta armata statunitense avanzò inesorabilmente: il 17 luglio furono liberati i comuni di Montaione e Ponsacco, rispettivamente ad est ed a ovest di San Miniato che, per la sua configurazione geografica, risultava un punto strategicamente importante per le truppe tedesche impegnate a tenere la posizione fino al mattino del 24, prima di ritirarsi al di là della "linea Heinrich" lungo il fiume Arno. La città, aveva visto crescere notevolmente il numero degli abitanti a causa di sfollati delle vicine città di Pisa, Livorno, Pontedera che vi avevano cercato ricovero, viveva momenti particolarmente tesi. Il 17 luglio lordine di evacuazione della cittadina, impartito dal Comando tedesco per garantire alle truppe una ritirata sicura e agevole, venne ignorato dalla popolazione. Il 18 luglio lingiunzione venne reiterata e ancora una volta non fu eseguita, anche perché il podestà era scomparso e non cera unautorità di riferimento nel paese.

Tre formazioni partigiane operavano nelle campagne circostanti San Miniato: la brigata "Corrado Pannocchia" comandata da Loris Sliepizza; la "Mori Fioravante" comandata dallo stesso Mori e la "Salvadori Torquato" comandata dal medesimo. Queste formazioni si erano rese protagoniste di alcuni scontri e delluccisione, dall11 al 18 luglio, di tre militari tedeschi, fra cui un ufficiale. La città si ritrovava quindi minacciata dalla strategia tedesca della ritirata, lenta e aggressiva. Il 18 luglio i tedeschi, in relazione alluccisione dei tre militari, arrestarono tredici persone che in un secondo tempo furono tutte rilasciate. Successivamente, da mercoledì 19 i tedeschi iniziarono a minare molti edifici in gran parte lungo la strada principale facendoli saltare nella tarda serata e nella notte dal 20 al 21, tra questi la sede della Cassa di Risparmio e metà del palazzo Grifoni. Nel complesso, prima del loro abbandono del paese fu raso al suolo circa il 60% delle case.

                                     

1.1. Contesto storico-ambientale Il concentramento della popolazione

Nelle prime ore del 22 luglio 1944, verso le 6:00, un ufficiale tedesco, accompagnato dallinterprete, si presentò al Palazzo Vescovile chiedendo di parlare con il vescovo Ugo Giubbi. Lufficiale, dopo essersi lamentato del fatto che la popolazione si trovasse ancora in città nonostante lordine di sfollamento fosse stato diramato da tempo, presentò al vescovo la richiesta di avvertire tutti i civili affinché si radunassero per le ore 08:00 in piazza dellImpero nel dopoguerra ridenominata "piazza del Popolo", tolti i vecchi che non potevano camminare, i malati e i bambini, per essere condotti in campagna, dove si sarebbero trattenuti per circa due ore, perché in città vera pericolo grave. Il vescovo fece osservare che per quellora sarebbe stato impossibile organizzare il raduno, date le difficoltà di accesso al luogo, dovute tra laltro alle strade ingombre di macerie e propose il Prato del Duomo come luogo di raduno. Lufficiale dispose, allora, che ladunata avvenisse anche sul prato del Duomo. Il vescovo comunicò subito lordine per mezzo dei suoi chierici e la popolazione iniziò ad arrivare nelle due piazze.

                                     

1.2. Contesto storico-ambientale Piazza dellImpero detta di San Domenico

Da metà del mese di luglio il convento dei Padri Domenicani ospitava circa un migliaio di persone di ogni età che avevano occupato tutti gli spazi disponibili. Allalba del 22 luglio alcuni soldati tedeschi si presentarono al convento ordinando ai rifugiati di uscire e di radunarsi nella piazza antistante la chiesa, cioè dellImpero. Gli uomini sarebbero stati condotti fuori città, mentre le donne, i vecchi, i malati e i bambini sarebbero rientrati nel convento con gli altri che già si trovavano sulla piazza. Poco dopo lordine cambiò e tutti furono fatti entrare nella chiesa sul cui tetto da giorni sventolava una grande bandiera pontificia. Due soldati piantonarono le porte esterne della chiesa e quella interna della sacrestia. A metà mattina cominciò un fitto cannoneggiamento che colpì le pendici del convento, poi le massicce mura tergali esterne, riempiendo di polvere e fumo linterno delledificio.I soldati di guardia lasciarono che i frati facessero scendere tutti quelli che si trovavano in chiesa nei sotterranei del convento, detti di SantUrbano, dove sarebbero stati al sicuro, perché protetti dalle possenti arcate delledificio. Anche la chiesa fu colpita durante il cannoneggiamento da un proiettile il quale dopo aver sfondato il tetto andò, strisciando sul pavimento marmoreo, a magagnare lo scalino dellaltare di San Domenico, senza esplodere.



                                     

1.3. Contesto storico-ambientale Piazza del Duomo detta Prato del Duomo

Dopo che la gente fu affluita in piazza, i tedeschi fecero entrare in chiesa donne, anziani e bambini lasciando fuori gli uomini ed i giovani ai quali, successivamente, venne ordinato dal tenente germanico, su sollecitazione del vescovo, di entrare in chiesa. Una moltitudine di circa mille persone riempì la cattedrale. I civili allinterno del Duomo erano sorvegliati da alcuni tedeschi che controllavano le porte affinché gli sfollati non uscissero fuori. La gente iniziò a fare diverse ipotesi sul motivo di tale concentramento, ma nessuna allora appariva completamente plausibile, nonostante i soldati di guardia avessero informato che quel "raduno era lunico modo per tenere la gente lontana dalle strade che sarebbero state interessate dalle manovre militari delle truppe tedesche". Sul prato del Duomo, infatti, grosse frecce direzionali fissate ai tigli, indicavano il nord. Alla folla che ormai aveva riempito la chiesa il vescovo si rivolse invitandola a pregare: "preghiamo tutti, perché il momento è triste, è veramente triste", aggiungendo che era consentito mangiare, parlare, fumare, non dimenticando, però, di portare rispetto alla casa di Dio.

                                     

1.4. Contesto storico-ambientale La Strage

Alle dieci circa un fitto fuoco dellartiglieria statunitense colpì inizialmente le pendici a sud della città. A distanza di un quarto dora il fuoco dellartiglieria si spostò sul lato nord-est della città interessando la zona del duomo, il viale della Rimembranza il poggio della rocca, via Umberto I. Durante questa fase un proiettile, probabilmente da 105 mm ad alto potenziale esplosivo, entrò nella chiesa provocando lesplosione che causò cinquantacinque vittime, la maggior parte delle quali nella navata destra.

                                     

2. Vittime

I morti furono cinquantacinque e i loro nomi sono elencati nella lapide commemorativa che il Capitolo della cattedrale, lArciconfraternita di Misericordia ed i familiari collocarono nel Duomo nel 50º anniversario. I loro nomi sono elencati di seguito:

Sullaccertamento del numero esatto delle vittime però esistono delle opinioni divergenti, in quanto vista la confusione di quei giorni è possibile che altre persone non elencate nella lista dei cinquantacinque siano state trasportate in altri ospedali della zona e che siano successivamente decedute a seguito delle ferite riportate.



                                     

3. Accertamento delle responsabilità

I tedeschi lasciarono definitivamente San Miniato la notte del 23 luglio, dopo aver distrutto altri edifici del paese e infine la Torre di Federico II di Svevia, eretta sulla Rocca circa 700 anni prima, e minata già il 20 luglio, come scrisse il canonico Galli Angelini nel suo diario "20 luglio - È già stato fatto limpianto elettrico per far esplodere le mine messe in Rocca. Un filo elettrico tinto di minio dalla Piazza del Seminario, per le scale della Loggetta, il prato del Duomo lungo le Sagrestie, è portato alla Torre”. Alle prime luci del giorno dopo arrivarono gli americani nel paese.

                                     

3.1. Accertamento delle responsabilità Lattribuzione della strage

La strage venne subito attribuita, da parte dellopinione pubblica, "ad una precisa volontà dei tedeschi", non fosse altro per le modalità con cui era avvenuto lassembramento allinterno della Cattedrale."Di chi, infatti, doveva essere la colpa per le famiglie dei morti? Come doveva costruirsi la memoria di quegli eventi? Quale altra percezione era allora possibile? Spinti a raccogliersi in Duomo non è lunico episodio di questo tipo nella storia della ritirata tedesca, a chi dovevano dare la colpa i sopravvissuti?" Nel suo diario coevo, alla data 9 di agosto, Don Lionello Benvenuti annotava, ".mattina tragica del 22 luglio, mattina di così bestiale tragicità che non potremo più levarcela dallanima noi spettatori e la razza tedesca non potrà più lavarsela dalla coscienza nazionale. La Germania potrà vantare le sue macchine, anche le sue scoperte, anche i suoi poeti e i suoi musici: noi non le crederemo più. La nostra civiltà latina volge altrove la faccia inorridita". Più categorico è il sindaco Emilio Baglioni nellattribuire leccidio ai tedeschi. È quanto appare nel rapporto del capitano statunitense Deane Keller Monuments men del 24 agosto 1944, in occasione del sopralluogo al Duomo di San Miniato, accompagnato dallo stesso sindaco Emilio Baglioni. Nel rapporto si legge: ".quella mattina di procedere in proseguo di tempo a perizie e altri schizzi".

Il 27 febbraio 1945 il sindaco Emilio Baglioni lasciò San Miniato per entrare come volontario nei Gruppi di Combattimento, trasferendosi nel nord Italia. Le funzioni ad interim di sindaco furono assunte dal professor Concilio Salvadori. La commissione tornò a riunirsi il 3 marzo 1945 sotto la presidenza di Concilio Salvadori e continuò a raccogliere memorandum e testimonianze. Al ritorno di Baglioni, dopo il 25 aprile 1945, la Commissione, ridotta dai 6 membri iniziali al solo Pio Volpini, decise, il 27 giugno 1945, di affidare lesame del materiale raccolto "ad una persona assolutamente estranea allambiente cittadino per garantire lobiettività di giudizio". Venne scelto il giudice del Tribunale di Firenze, Carlo Giannattasio a cui fu affidato lincarico di fornire le risposte ai seguenti quesiti: a) se furono cannonate, bombe o ordigni esplosivi che colpirono la Cattedrale; b) se tali cannonate, bombe o ordigni erano di provenienza tedesca o anglo-americana; c) se e quali cause determinarono leccidio; d) se e quali eventuali responsabilità morali, dirette o indirette, vi furono da parte delle Autorità locali politiche, amministrative, religiose. Il 13 luglio 1945 il giudice Carlo Giannattasio consegnò la sua relazione finale, accogliendo la tesi dei due esperti militari, Jacobs e Cini per i quali si attribuisce la spoletta Fuze "M43" a un fumogeno americano e la causa della strage allesplosione di una granata tedesca, dirompente. Il comportamento del clero, concludeva la relazione, fu al di sopra di ogni elogio.



                                     

3.2. Accertamento delle responsabilità Prime ipotesi sulla responsabilità degli Alleati

"I fatti del duomo" come solitamente si usava e spesso si usa ancora definire leccidio del 22 luglio 1944, per circa 10 anni non suscitarono particolari dibattiti. La situazione cambiò nel 1954 quando alcuni familiari delle vittime chiesero al Sindaco Concilio Salvadori di ricordare i caduti con una lapide. Il testo ed il tono usati da Luigi Russo nella compilazione della lapide, ove perentoriamente si attribuisce ai Tedeschi "il gelido eccidio", scatenò, sul giornale "il Mattino", la rabbia del Canonico Enrico Giannoni che da sempre incolpava gli statunitensi, avendo assistito dal poggetto del Tufo al cannoneggiamento del 22 luglio 1944. Giannoni, nel 1954, nel decennale della strage, arrivò perfino a ricostruire nella chiesa la traiettoria del proiettile tirando un filo con appese frecce indicatrici, dal semirosone al bassorilievo marmoreo e quindi verso la balaustra dellaltare. Dopo qualche anno, in maniera più organica, si interessò del "caso" Giuliano Lastraioli, lavorando sui documenti dellUS Army. Con luscita del volume "Arno-Stellung", leccidio venne analizzato sotto il "profilo di una metodologia storiografica in generale e con un precipuo riguardo ai dati militari in particolare". Lipotesi che leccidio fosse stato causato dalle artiglierie alleate cominciò a prendere sostanziale credibilità nellopinione pubblica e nei media.

Nel gennaio 1983 comparve sul Giornale Nuovo una lettera scritta da Giuseppe Turini, contestante la versione di strage nazista adombrata nel film "La notte di San Lorenzo", uscito lanno precedente, per la ragione che: "I fatti si svolsero in ben altra maniera. Durante un cannoneggiamento fra opposte artiglierie, disgraziatamente una granata americana centrò il Duomo provocando molti morti ed un centinaio di feriti".

Nellanno 2000 uscì il volume di Paolo Paoletti "1944 San Miniato - Tutta la Verità sulla Strage" Ed. Mursia. Paoletti, analizzate le perizie, le testimonianze, i documenti coevi conservati negli archivi di Washington e di Friburgo, aiutandosi anche con nuove perizie compiute in loco dai generali dellEsercito Italiano Ignazio Spampinato, Sabino Malerba e dal colonnello Massimo Cionci, smontò la tesi della responsabilità dellartiglieria tedesca, attribuendo la causa della strage a una cannonata sparata dal 337º battaglione dellartiglieria campale statunitense.

Secondo Paoletti gli statunitensi spararono per colpire i nidi di mitragliatrici poste sotto la Misericordia, "poi alzarono il tiro per colpire la rocca e alcuni di questi colpi centrarono il Duomo. Fu una tragica fatalità: probabilmente se avessero voluto colpire la Cattedrale in questo modo non ci sarebbero mai riusciti. La cannonata entrò nel Duomo da una finestra rivolta a sud-ovest, allinterno della Cappella del Santissimo Sacramento, lungo la navata destra ed esplose in prossimità della navata centrale dove fece la strage".

                                     

3.3. Accertamento delle responsabilità La ricostruzione del cannoneggiamento

A convalidare lassunto di Paoletti, nel 2001, venne pubblicato un opuscolo di Giuliano Lastraioli e Claudio Biscarini dal titolo La Prova, nel quale si riproducevano, tra laltro, copia degli originali del 337th FA Bn-Journal day-by-day dalle ore 18:00 del 21 luglio 1944 alle ore 18:00 del giorno successivo, contenente lesito positivo "GOOD" del cannoneggiamento. I documenti coevi, citati o riprodotti nel volume La Prova, riportano come si svolse il cannoneggiamento americano tra le 10:00 le 10:30 di quel 22 luglio.

Il "Journal" del 337º battaglione di artiglieria campale americano, trovato da Claudio Biscarini al National Archives & Record Service di Washington, riporta che le batterie dellunità mobile del 337º battaglione chiamate A Able ", B Baker e C Charlie ", ciascuna delle quali disponeva di sei cannoni dartiglieria campale M101 da 105 millimetri, si trovavano lungo la linea stabilita nella valle del torrente Chiecina a quota Q-408/552 e a due chilometri circa a nord-ovest di Bucciano. Il giorno 21 luglio verso le ore 11:15 la batteria A "Able" si spostò verso sud-ovest a quota Q-41197/54526 per avere un campo dazione più ampio per i tiri lunghi su San Miniato.

La mattina del 22 luglio perviene alla batteria da parte del suo osservatorio "White ", posizionato a sud di San Miniato, la segnalazione che piazzole di mitragliatrici tedesca si trovavano sulle coordinate 46.37/59.22, a circa trecento metri sotto il Seminario Vescovile. Su quelle coordinate Able sparò 47 obici. Dopo un intervallo di circa 15 minuti e precisamente alle 10:30 il tiro riprese contro un analogo bersaglio, enemy machine gun, però molto spostato più a nord-est esattamente sulle coordinate 46.48 / 59.50. Questa volta i proiettili M48 sparati furono 51 e interessarono unarea compresa tra il lato ovest del Prato del Duomo e via Mangiadori. Una rosa di colpi investì la Cattedrale. Uno di questi proiettili, a tempo e ad alto potenziale esplosivo, penetrò in Duomo dal semirosone del braccio destro meridionale del transetto, che si apre, verso sud-ovest, nella cappella del SS Sacramento. Sbattendo nel bassorilievo comacino), collocato nella parete di fronte al semirosone, il proiettile scoppiò a metà altezza della semicolonna addossata al pilastro della navata destra, causando la strage.

Sulla città sventolavano tre bandiere pontificie per indicare i luoghi dove si era rifugiata la popolazione, notate anche da reparti dell88ª. Infatti, il Diario di guerra della 88ª divisione della V Armata del 21 luglio annota "1445 Hrs -lst Bn O.P.#l reports about 10 Italien flags flying to easr of tower in SAN MINIATO" Cinque minuti dopo lo stesso diario annota: "1450 Hrs - 3rd Bn reported that at 1440 CoMs O.P. observed white flag being raised above building in S.MINIATO about 25 mils to left of tower.Flag up first time 20 minutes, down 5 minutes,now going up and down intermittently. At 1420 hours Co I reports a reflection in town of something shining.At 1442 reflection vanished. Sometime yesterday the reflection was also observed" Le bandiere papali, scambiate dallosservatorio alleato di colore bianco, erano state issate da giorni per indicare i luoghi esatti ove si trovavano rifugiate migliaia di persone, in un contesto di "fronte di guerra" ove i tedeschi operavano la distruzione degli edifici ed il posizionamento di mine antiuomo per ostacolare lavanzata degli alleati verso la linea dellArno. Come narrano le testimonianze coeve, le bandiere pontificie non si trovavano sul tetto del duomo, perché lì non era ospitato alcun cittadino fino al mattino del 22 luglio. Don Lionello Benvenuti narra, nella sua testimonianza alla Commissione dinchiesta, che il 20 luglio il vescovo non accolse il suggerimento dato da due militari tedeschi occasionali, allo stesso don Benvenuti, di mettere la bandiera bianca sulla cattedrale, in quanto la chiesa era vuota e linnalzamento della bandiera bianca avrebbe potuto essere intesa dal comando tedesco come atto di resa della città agli alleati. Infatti il Comando tedesco interpellato a proposito aveva escluso lopportunità di tale bandiera perché ininfluente, alla sicurezza dei cittadini erano sufficienti le tre bandiere papali.

Nello stesso "Journal" veniva marginalizzato un referto dei partigiani trascritto integralmente in lingua inglese ne La Prova inviato agli americani precisamente allosservatorio avanzato Lookout 2 che informava il sottufficiale Johnson che in una chiesa erano stati uccisi 30 civili ed un centinaio erano i feriti. Il testo integrale in lingua originale recitava:

Sul versante sud della valle di Gargozzi, nella casetta Finetti, località Scacciapuce, era installato il quartiere generale dei partigiani, i quali da lì videro tutte le fasi del cannoneggiamento americano. Grazie a questa postazione il comando dei partigiani fu in grado di avvertire gli alleati tramite losservatorio Lookout 2. Lattestazione è riportata nel diario di guerra dell88ª divisione della 5ª Armata:

Inoltre si segnalava che la casa, dotata di tre finestre, delle quali due coperte con tende, avrebbe potuto essere colpita solo se fosse comparso un terzo telo, perchè avrebbe significato che ledificio era caduto in mano tedesca:



                                     

3.4. Accertamento delle responsabilità La commissione storica dinchiesta

Agli atti del Comune, si trovava ancora ufficialmente acquisita la relazione conclusiva dellinchiesta precedentemente promossa dal Comune tra il 1944 e il 1945, che attribuiva leccidio ai tedeschi. Già nel 1954 quando fu collocata la prima lapide commemorativa, lallora sindaco Concilio Salvadori fece riferimento a quella relazione per contrapporre le sue ragioni alle contestazione del Canonico Enrico Giannoni riguardanti il testo della lapide. La Giunta comunale decise di nominare una commissione di studio, affidando a storici professionisti lapprofondimento delle vicende del drammatico episodio delleccidio del duomo in considerazione dei nuovi studi e delle nuove ricerche sul passaggio del fronte di guerra a San Miniato nel luglio 1944. Lesito della commissione fu pubblicato nellaprile del 2004 nel volume LEccido del Duomo di San Miniato. La Memoria e la Ricerca Storica 1944 - 2004. In sintesi la commissione accertò che "una contrapposizione intransigente, senza spazio e disponibilità per un sereno confronto, caratterizzò anche il dibattito sulle diverse tesi relative alla responsabilità della strage del 22 luglio 1944. Nessun approfondimento e nessun confronto parve allora possibile. Giornali, libri, film hanno acriticamente continuato a riproporre, per anni, la tesi della responsabilità tedesca; una tesi che appare insostenibile, tenuto conto del complesso della documentazione di cui si dispone".

                                     

3.5. Accertamento delle responsabilità Risvolti giudiziari

Tutta la documentazione relativa alla terza inchiesta sulla ricostruzione storica degli avvenimenti legati alleccidio venne archiviata nel 1960 e tradotta negli archivi del cosiddetto armadio della vergogna. Quando, diversi anni dopo furono rinvenuti e riaperti gli archivi, il fascicolo venne assegnato al Tribunale della Procura Militare di La Spezia, e derubricato come "supposto crimine di guerra tedesco" ne venne richiesta larchiviazione nel 1996 in quanto "gli autori del reato sono rimasti ignoti".

Il 23 ottobre 2000 Giuseppe Chelli, un congiunto di una vittima delleccidio, sottopose formale richiesta alla procura spezzina di "esprimere un parere definitivo" in merito al procedimento in corso per crimine di guerra tedesco. La richiesta venne accolta e l8 novembre 2000 Chelli fu convocato presso la Procura per essere ascoltato quale persona informata sui fatti. I Procuratori Marco Cocco e Gioacchino Tornatore, incaricati delle indagini, ascoltarono vari testimoni, acquisirono i volumi di Paoletti e di Lastraioli, indagarono per quasi due anni nella massima riservatezza. Il Giudice per le indagini preliminari, Marco De Paolis, con decreto del 20 aprile 2002, disponeva larchiviazione del procedimento contro "ignoti militari tedeschi" ritenendo "verosimile lipotesi sostenuta da esperti e storici circa linsussistenza di una azione criminale condotta dai tedeschi in danno della popolazione civile italiana di San Miniato, reputando invece preferibile accogliere la tesi di un errato svolgimento di un tiro di artiglieria da parte delle truppe alleate". In una comunicazione del 2006 agli atti della procura De Paolis precisava che questo provvedimento era "allo stato lunico accertamento giudiziario esistente sulla vicenda".

Alcuni storici, come Claudio Biscarini e Kertsin Von Lingen, hanno espresso critiche sulla gestione delle istruttorie iniziali da parte delle autorità statunitensi prima ed italiane poi, e hanno sollevato interrogativi di carattere polemico sulla ricerca e sulla gestione della verità storica e della sua memoria, ipotizzando lesistenza di una volontà statunitense di insabbiare le effettive responsabilità dellaccaduto attraverso le risultanze dellinchiesta italiana.



                                     

4. Il tardivo ritorno su San Miniato

La strage del duomo, che per oltre 50 anni aveva ricevuto poche attenzioni, fatta eccezione per roventi polemiche locali mai sopite ed alimentatesi a causa di lunghe contese partitocratiche – guadagnò spazio nelle cronache locali e nazionali.

                                     

4.1. Il tardivo ritorno su San Miniato Lattenzione dei media

Lo storico Luigi Cardini nellagosto 2003 pubblicò sul "Tempo" un articolo intitolato "Distruggete la lapide bugiarda" scrivendo a proposito della strage: "se è vero che il comando locale tedesco aveva indicato la chiesa cattedrale alla popolazione come un luogo di rifugio abbastanza sicuro da usare nelle ore del passaggio del fronte, non meno vero è che i militari tedeschi erano in buona fede e non solo non avevano alcuna intenzione di provocare una strage, ma, al contrario, miravano a salvare vite umane. Fatalità volle che la chiesa fosse colpita, per errore, da uno spezzone dellartiglieria americana: beninteso, nemmeno gli statunitensi avrebbero voluto far vittime civili" e concludeva sul testo della lapide e lattribuzione di responsabilità ai nazisti: "è evidente che nessuno, nemmeno il peggior criminale della terra, può essere ritenuto responsabile di delitti che non ha commesso con la scusa che, comunque, ne ha commessi altri".

Paolo Mieli sul "Corriere della Sera" del 7 aprile 2004 scriveva che "io credo che sarebbe un giusto modo di rendere onore al vero spirito della Resistenza quello di modificare una scritta su marmo che non risponde a verità", e faceva notare che se "lattribuzione di colpa ai tedeschi restasse incisa sulla targa commemorativa, da oggi in poi la lapide si distinguerebbe per questo e non per ciò a cui è dedicata, leccidio" e concludeva affermando che "sulle lapidi è meglio che resti scritta la verità. Soltanto la verità". Non mancarono interpellanze di politici e parlamentari al Governo nazionale perché sulla lapide fosse scritta soltanto la verità a cui il Ministero dellInterno tramite il sottosegretario Alessandro Pajano, rispose favorevolmente alla richiesta di collocazione di una nuova lapide.

                                     

4.2. Il tardivo ritorno su San Miniato Le lapidi della memoria

Il 22 luglio 2008 lamministrazione comunale di San Miniato decise di porre vicino alla precedente lapide del 1954, posta sulla facciata del Municipio, che imputa la responsabilità della strage ai tedeschi, una nuova lapide, recante un testo scritto dallex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che lattribuisce la strage ai cannoneggiamenti delle forze alleate. Il testo della seconda lapide è stato oggetto di critiche da parte del senatore di Alleanza Nazionale Piero Pellicini, ex membro della "commissione parlamentare dinchiesta sulle cause delloccultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti", che si è detto contento del riconoscimento della verità storica, ma ha criticato la citazione di Scalfaro sui "repubblichini" poiché "tiene aperti i fossati". Dal 18 aprile 2015 le lapidi sono state tolte per volontà della Giunta Comunale. Inoltre il Consiglio Comunale nella seduta dell11 giugno 2015 ha deliberato a maggioranza 11 voti favorevoli-4 astenuti-nessun contrario che le lapidi saranno collocate nellerigendo Museo della Memoria, ubicato sotto i Loggiati di San Domenico. Nel 2016 Franco Cardini scrisse: ".Oggi sappiamo difatti con certezza assoluta che larma responsabile delle morti avvenute nel Duomo di San Miniato fu un proiettile alleato. Lo hanno dimostrato a sufficienza molti studi e, non in ultimo, i lavori della commissione di esperti nominata dallamministrazione comunale di San Miniato nel 2001 per far chiarezza. Ormai le prove della responsabilità americana ci sono e sono evidenti al di là di ogni ragionevole dubbio.".

Nel 2018, le lapidi sono state poste una accanto allaltra sotto il porticato del nuovo Museo della Memoria inaugurato nel centro storico di San Miniato.

                                     

5. Trasposizione cinematografica

Prendendo spunto dai fatti del Duomo ed abbracciando lipotesi della sola responsabilità tedesca della Strage, nel 1982 i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, tra laltro originari proprio di San Miniato, dirigono uno dei loro film più famosi, La notte di San Lorenzo, aggiudicandosi il Gran Premio Speciale della Giuria del Festival di Cannes. La location della scena nel film fu però la Collegiata di Empoli.